Riflessioni mattutine su privilegi e povertà

Questa mattina, complice una commissione che avevo in programma in zona, ho fatto una passeggiata a Cesena per le vie del centro storico e al mercato ambulante. Non dovevo acquistare nulla, a casa nostra i regali li porta Babbo Natale solo ai bambini, e la letterina è stata spedita in tempo, quindi mi sono limitata ad osservare le vetrine accese.  E anche quelle spente, perché al loro interno conservano il ricordo della passione che per un periodo, breve o lungo che sia, hanno ospitato.

Tra i banchi del mercato, ciò che mi ha colpito maggiormente non sono state le distese di abiti in acrilico e le offertoneultimaoccasionesoloperoggiperchèèNatale, ma le persone sedute a terra a chiedere l’elemosina.

Ne ho contate almeno una decina, tante, troppe. Ad un certo punto, confrontando i loro cartelli tutti uguali nella loro diversa infelicità, mi sono chiesta se non fosse in realtà una sorta di flash mob, di installazione vivente organizzata dai servizi sociali o da un’associazione del territorio, per provare a sensibilizzarci sul tema delle povertà. I loro visi mi sembravano tutti familiari, gli abiti quelli che potrebbe indossare chiunque di noi. Erano anche in posizioni particolari, incastonati tra le bancarelle, come se fossero anche loro occupanti del posteggio comunale.

La verità è che spero di leggere nei prossimi giorni sulla stampa locale il dettaglio di un’iniziativa umanitaria, e del suo fallimento considerando che non ho visto praticamente nessuno fermarsi. Nemmeno io l’ho fatto, alla prima persona incrociata ho pensato che nel portamonete in contanti avevo solo centesimi e non avrei potuto aiutare granché. Ma comunque in generale non ho mai il coraggio di avvicinare i questuanti, perché mi sembra di invadere uno spazio, e non so mai bene cosa fare. O forse mi vergogno, vedere qualcuno che per vivere deve chiedere l’elemosina mi sbatte in faccia tutto il mio, il nostro, privilegio, e il fallimento della società, e mi vergogno. 

Se oggi non c’è stato nessun flash mob, ma persone con reali difficoltà, madri e padri, che come ultima spiaggia per poter sfamare la famiglia si sono dovuti rimettere alla carità dei passanti, siamo davvero un fallimento come società. L’unica speranza che ho, e l’unica cosa che mi restituisce un po’ di dignità mitigando in piccola parte il senso di colpa, è provare a crescere figli consapevoli del loro privilegio e sperare che decidano di utilizzarlo per aiutare chi non lo possiede, ma soprattutto che la loro generazioni provi ad azzerrarlo, o meglio, ad estenderlo e allargarlo a tutti.

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