La mia parola dell’anno

4.705.

Quattromilasettecentocinque. Me lo ripeto, e lo scrivo lettera per lettera, per esserne davvero sicura. Ricontrollo. Sì, non mi sono sbagliata, il numero è corretto.

Lo scorso anno questo blog ha ottenuto 4705 visite uniche. Una cifra pazzesca considerando che ho pubblicato ben zero post.  L’ultimo risale al 5 agosto 2017, con il resoconto del primo mese di Martino e della nuova vita a quattro. Cosa è successo poi, che ha provocato questo mio lunghissimo silenzio? Provo a raccontarvelo, partendo da una bozza che avevo iniziato a scrivere a fine ottobre 2017 e che non ho mai terminato.

Travolti da un insolito Martino

Ho saltato completamente gli aggiornamenti del secondo e del terzo mese di Martino e probabilmente, se andremo avanti così, non riuscirò a pubblicare niente nemmeno ai prossimi complemese. Questo perché siamo stati completamente travolti, anzi, stravolti, da tutta una serie di malattie che hanno messo a durissima prova la mia sanità mentale. Se nel primo mese del mio gigantone siamo riusciti a ritagliarci diversi momenti per uscire e una parvenza di vita normale, da più o meno ferragosto abbiamo iniziato ad ammalarci a turno. Prima Adele e Luca, che si sono sparati un ciclo di antibiotico per bronchite. Poi io, con una doppia mastite a distanza di poche settimane l’una dall’altra, e relativo antibiotico perché era degenerata. Credo di non aver avuto una febbre così alta dai tempi della scuola elementare. E poi, quando sembrava che avessimo sconfitto ogni virus e battere, tanto da riuscire a passare qualche giorno in Trentino per riprenderci e far divertire la povera Adele, che si era dovuta sacrificare per tutta l’estate per “colpa” del mio pancione prima e delle malattie poi, tac, una nuova tegola. La mia principessa si è beccata la salmonellosi. Un mistero il come sia successo, perché la Asl ha mandato i controlli nell’unico ristorante in cui eravamo stati i giorni prima che iniziasse a stare male ed è tutto a norma.

Ecco, la bozza si interrompe qui, sicuramente perché nel momento della sua stesura sono stata precettata da uno a caso dei miei figli o da marito o da la qualunque incombenza domestica. Poi sono stata risucchiata nel vortice delle malattie invernali dei bimbi e dal tran tran quotidiano. Nei pochissimi, infinitesimali, ritagli di tempo per me, invece che sedermi al computer, ho preferito tenere le mani impegnate con ago, filo e colori e la testa sgombra da qualunque pensiero, per ricaricare le batterie. A dicembre 2017 ho partecipato così alla mia prima fiera di Natale come espositrice con Le due luci handmade, il mio piccolo progetto creativo.

Nei primi mesi del 2018 ho aperto uno shop Etsy, per provare a portare a un livello superiore quello che è solo un hobby a tempo persissimo. Ma mi sono dovuta bloccare subito e in questo articolo, se vi interessa, spiego perché. Nel frattempo marito ha ottenuto una promozione sul lavoro, che, se da una parte ci ha dato un po’ più di respiro economico, dall’altra ha ulteriormente prosciugato il mio tempo ed energie, dato che deve viaggiare più spesso di prima. Tra una trasferta e l’altra, tra un ciclo di antibiotico ed uno di aereosol, siamo così arrivati all’estate, in cui i ritmi sono rallentati per forza maggiore (aka scuola materna chiusa), quindi quasi tutti i giorni caricavo i pupi in macchina, stipata con passeggino, borsa cambio, borsa dei pannolini, borsa del pranzo/merenda, borsa dei giochi, borse sotto gli occhi, e li portavo in spiaggia. Un privilegio che tante mamme non hanno, lo so e non ho certo intenzione di lamentarmene, ma anche una fatica non da poco (chi è genitore capirà cosa voglio dire), e alla sera, dopo le docce, la cena e l’aver spazzato quintali di sabbia, non avevo né le forze né soprattutto la voglia di accendere lo schermo.

Nel frattempo c’è stata una breve ma rigenerante vacanza e l’organizzazione del primo compleanno di Martino, oltre a un mercatino d’artigianato a Rimini in cui ho esposto di nuovo. In un lampo è arrivato l’autunno, il quarto compleanno di Adele, e il bando di un concorso pubblico che mi ha completamente assorbito fino allo scorso dicembre. Sono tornata sui libri, con uno sforzo enorme. Non perché non amassi la materia, anzi, lo studio ha scoperchiato il vaso di Pandora della passione amministrativa che giaceva sepolto sotto gli strati della maternità e degli affanni quotidiani, ma perché potevo studiare solo la sera tardi, dopo che i terremoti erano crollati a dormire, con difficoltà per mantenere alta la soglia dell’attenzione estreme.

Non ci girerò troppo attorno, il concorso è andato male, non ho superato una delle prove (se per reale demerito mio o per una serie di circostanze -definiamole particolari- non è questa l’aula giusta per giudicarlo). È stata una botta allucinante, non me lo aspettavo proprio. Nonostante lo studio in modalità notturna mi sentivo preparata, sensazione poi verificata quando ho ascoltato gli orali. Il senso di fallimento mi ha accompagnato per giorni, ancora ad essere onesti non l’ho davvero metabolizzato. Per fortuna marito mi ha come sempre aiutato a ridimensionare l’accaduto e ad osservarlo con distacco da una prospettiva esterna. E siamo arrivati così alla fine di gennaio, ad oggi.

In questo anno e mezzo il silenzio dalla scrittura mi è servito però per amplificare l’ascolto di quel che si raccontava nel mondo, per analizzare il sentiment dentro e fuori la rete e per scoprire mondi nuovi e nuove modalità di vivere sostenibile. Spero di riuscire a parlarvi di queste scoperte e di come le ho messe in pratica. Allo stesso tempo, più cercavo di comprendere il mood imperante post elezioni politiche, più mi sentivo schiacciata e non sapevo come relazionarmi con tutto l’odio di cui sono intrise le menti le pance di chi è nato dalla parte fortunata del globo terrestre. Ho anche diradato al minimo sindacale le comparsate sui social, aggiornando raramente i miei feed e interagendo molto poco con gli altri. Diverse volte ho iniziato un commento e poi l’ho cancellato prima di premere invio. Perché non volevo invischiarmi nella melma, le uniche due occasioni in cui ho detto la mia andando conto corrente ne ho guadagnato insulti in un caso, e la cancellazione da un gruppo nell’altro. Ho però provato comunque a lanciare qualche sassolino, per vedere se ancora è possibile generare cerchi concentrici che si espandono o se il lago si è trasformato irrimediabilmente in palude e vi dirò, penso che alla fine ci sia ancora speranza per quei sassolini.

Per questo ho deciso infine di rompere il silenzio. Dopo tutto, come recita la mia bio su twitter, sono una scrittrice compulsiva a intermittenza, e l’impulso per riattivare la vena narrativa è tornato prorompente. In quale modalità, ancora non lo so bene. Per questo ho scelto una parola dell’anno che fosse realmente un mantra per me. La parola è RICERCA. Ricerca per tanti motivi, non solo di un lavoro, cosa che dovrò fare da ottobre, dopo aver inserito Martino al nido. Ma soprattutto di risposte ad interrogativi che mi sono posta, alcuni più terra terra, come ad esempio se mantenere questo blog e in quale forma, altri esistenziali. Chi vorrei veramente diventasse Lucia in futuro, oltre ad una moglie e ad una madre? Quali parti posso permettermi di sacrificare e a quali non voglio e non posso rinunciare?

Se riuscirò a trovare risposte prometto che le condividerò, o se anche non dovessi trovarne prometto che proverò comunque a raccontare il viaggio intrapreso durante questa ricerca. Lo devo a quelle 4.705 visite e a tutti voi che state leggendo, perché, in un tempo in cui sopra ogni cosa contano le immagini e l’apparenza, sapere che ci sono ancora persone che hanno voglia di investire qualche minuto per leggere nell’anima di un’altra persona, con la curiosità di cercare emozioni, magari facendole proprie e aprendosi ad un pensiero differente, non è solo di conforto, ma è una responsabilità cui non voglio sottrarmi.

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2 commenti su “La mia parola dell’anno

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